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La “prova costume”? Fa ingrassare. Ed anche il senso di colpa.

Pandolfi: “E’ proprio un errato rapporto con il corpo e, il senso di colpa, che producono gli squilibri e che fanno ingrassare”.

Il 35% di coloro che seguono una dieta ammettono di sentirsi “costantemente in colpa”. Oltre il 50% non raggiunge i risultati sperati.

In questo periodo è usuale parlare e scrivere di “prova costume” e si moltiplicano le proposte di diete più o meno serie, da quelle proposte da veri esperti a quelle più “fai da te”. Ma il 52% di coloro che seguono una dieta in maniera non continuativa, afferma di non aver avuto risultati apprezzabili o comunque non quelli ricercati (su un panel di 150 persone di età compresa tra i 20 ed ai 50 anni intervistati con amministrazione di questionario nel mese di aprile 2018, rilevazione a cura di Andrea Pandolfi).

L’aspetto forse più interessante è che ben il 35% ammette poi di “sentirsi in colpa”: per il fatto dei non avere un corpo “piacevole” o “desiderabile” o per le infrazioni alle regole della dieta.

“Il cibo, è ormai vissuto in maniera conflittuale da moltissime persone, soprattutto, dalle donne. E’ così passato nel nostro inconscio collettivo dall’essere “neutro” e portatore di vita a rappresentare un problema, strettamente legato proprio al senso di colpa. La società attuale ci impone dei modelli, ce li impone culturalmente ogni giorno, ed il senso di colpa scaturisce molto spesso proprio da non riuscire a corrispondere a tali modelli. Da qui un senso di inadeguatezza, di errore – ha dichiarato Andrea Pandolfi, consulente olista, uno dei massimi esperti del campo – la famigerata “prova costume” è, quindi, essa stessa, motivo di squilibrio, potremmo dire che è proprio il concetto di prova costume, che fa ingrassare, alimentando il senso di colpa, proponendo diete, spesso, eccessive in vista dell’estate. E fissando, spesso, obiettivi estetici non raggiungibili.”.

“Il “non essere meritevoli”, ci ha spinto in una ricerca esasperata della soluzione mediante rimedi di natura esteriore. Aspetto, questo, che ha consentito di costruire un business poggiante sull’illusione, procurando ulteriori disagi a quel corpo stressato, con ulteriori problemi a livello di salute e, soprattutto, di rinuncia totale al gusto ed al piacere. La conseguenza, è la frustrazione.”

“La nostra cultura, ha etichettato il corpo e lo ha coperto di vergogna, perché indegno in quanto impuro. Questo “stigma” nel tempo ha prodotto un rapporto alterato con il corpo stesso in quanto produttore di piacere. Alterando così il rapporto anche con il cibo, nel suo significato simbolico. I risultati sono quelli che vediamo, che producono sul nostro corpo una serie di reazioni che prendono forma partendo da una contrazione muscolare (reazione al concetto di vergogna) ed una distorsione dell’oggetto incriminato, ossia il cibo. Ci si vuole punire e, per questo, si colpisce il piacere. La prova costume, è in sostanza, il moderno cilicio.” – ha concluso Pandolfi.