di Alessandro Maola
Nel 2026, il mercato della comunicazione si trova davanti a un bivio mortale. Da una parte, l’agonia della “comunicazione trasparente”: un fluire di informazioni asettiche, politicamente corrette, tecnocratiche e, in ultima analisi, invisibili. Dall’altra, la necessità per le aziende di tornare a essere Entità Numinose, capaci di orientare il desiderio e la fiducia attraverso la forza del Mito.
Fare Relazioni Pubbliche oggi non può più significare “gestire la reputazione” nel senso burocratico del termine. Significa applicare la lezione di Carl Gustav Jung alla strategia d’impresa: smettere di vendere prodotti e iniziare a incarnare Archetipi.
1. Il Brand come Vettore, non come Contenuto
La maggior parte delle aziende contemporanee è prigioniera della “Città-Utero” comunicativa. Si muovono in uno spazio pubblico dominato dal timore di offendere, dalla ricerca di una sicurezza materna e da una narrazione orizzontale che livella ogni eccellenza. Il risultato è un’anemia simbolica che rende i brand interscambiabili e fragili.
Le PR del 2026 devono restituire all’azienda la funzione di Vettore. Un’impresa deve essere una direzione, un atto di volontà solare che taglia il rumore di fondo. Se un’azienda non incarna un archetipo — sia esso l’Eroe, il Senex (la Tradizione) o il Tekton (l’Artigiano) — essa è destinata a sgretolarsi sotto il peso della propria trasparenza. La trasparenza non è una virtù; è il sintomo di una mancanza di sostanza psichica.
2. La Lezione di Jung: Evocare l’Inconscio Collettivo
Il consumatore del 2026 è saturo di dati, ma affamato di senso. Le Relazioni Pubbliche efficaci sono quelle che sanno risvegliare le immagini primordiali dell’inconscio collettivo.
Un’azienda che produce tecnologia deve smettere di parlare di microchip e iniziare a parlare di Prometeo. Un’azienda che lavora sulla terra deve evocare la sovranità del Padre che provvede e protegge.
Quando la comunicazione attinge agli archetipi calati nella realtà, essa smette di essere “pubblicità” e diventa “destino”. Il consulente di PR diventa allora un analista della psiche sociale, capace di individuare quale ombra collettiva il brand deve integrare o quale luce deve proiettare per diventare un punto di riferimento ineludibile.
3. Contro la Dittatura del “Care”: Il Ritorno della Funzione Paterna
Viviamo in un sistema che vorrebbe trasformare ogni relazione economica in un atto di “cura” protettiva (la Città-Mamma). Ma il mercato, per sua natura, è un campo di forze. Le aziende che vincono nel 2026 sono quelle che hanno il coraggio di esercitare la Funzione del Limite e della Direzione.
Fare PR nel 2026 significa posizionare l’azienda come un’autorità solida. Significa saper comunicare il “No” tanto quanto il “Sì”. Significa non aver paura di avere una fisionomia netta, spigolosa, verticale. Una comunicazione che cerca di piacere a tutti è una comunicazione che non parla a nessuno. La forza di un brand risiede nella sua capacità di essere “Padre”: colui che dà la rotta, che garantisce la qualità e che non teme il conflitto con la mediocrità.
4. Strategia o Sgretolamento
Se le Relazioni Pubbliche non sanno maneggiare questi strumenti simbolici, esse diventano una funzione puramente decorativa, destinata a essere sostituita da algoritmi di intelligenza artificiale. L’AI può scrivere un comunicato, ma non può evocare un Archetipo. Solo l’uomo, inteso come architetto di simboli, può dare un’anima all’azienda.
La sfida per i comunicatori di oggi è uscire dal “nido” delle vecchie strategie di marketing e rientrare nel campo di battaglia della metapolitica economica. Le aziende sono le nuove unità di resistenza contro il grigiore della Città-Utero. Ma possono esserlo solo se sanno chi sono, da dove vengono e quale mito stanno raccontando.

