MONZA E BRIANZA: IL TRIBUNALE APRE CINQUE PROCEDURE DI LIQUIDAZIONE CONTROLLATA, OLTRE DUE MILIONI DI EURO DI DEBITI IN CAMPO

gianmario bertollo - legge3.it


Cinque lavoratori dipendenti, cinque storie diverse, tutte passate dal Tribunale di Monza: la casa venduta all’asta che non chiude il mutuo, un’impresa di famiglia ereditata da ragazzi, un’assoluzione penale che non cancella il debito con il fisco. Le procedure aperte nel territorio brianzolo mettono in campo oltre due milioni di euro di esposizioni dichiarate.

A Monza, come in tutta la Brianza, perdere la casa all’asta non significa smettere di dover pagare il mutuo. Essere assolti in sede penale non cancella automaticamente il debito con il fisco. Essere stati inseriti, ancora ragazzi, in un’impresa di famiglia può voler dire ritrovarsi, da adulti, con centinaia di migliaia di euro di debiti mai davvero scelti. Sono storie di questo tipo quelle emerse dalle cinque procedure di liquidazione controllata aperte presso il Tribunale di Monza.

Domenico, Andrea, Mario, Francesco e Angelo sono lavoratori dipendenti del territorio che, nonostante un reddito regolare, non sarebbero stati in grado di onorare esposizioni comprese tra circa 156.000 e oltre 675.000 euro. Le procedure applicano gli strumenti oggi disciplinati dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, e consentono di destinare ai creditori il patrimonio e la parte di reddito realmente disponibile, salvaguardando quanto necessario a una vita dignitosa.


Domenico — la casa venduta all’asta, il mutuo che resta

Domenico aveva acquistato una casa con un mutuo trentennale: la rata pesava già molto sul reddito familiare, ma l’equilibrio si è rotto quando la moglie ha perso il lavoro. Con un’unica entrata in famiglia, per rispettare gli impegni presi Domenico ha chiesto altri finanziamenti, innescando una spirale in cui il nuovo credito serviva a coprire rate e necessità precedenti.

La casa è stata poi venduta in una procedura esecutiva, ma il ricavato non è bastato a estinguere il mutuo: dopo aver perso l’abitazione, a Domenico è rimasto un debito residuo superiore a 218.000 euro. A questo si sono aggiunti una separazione, il divorzio, nuovi costi abitativi, l’obbligo di mantenimento della figlia e periodi di reddito ridotto durante la pandemia, fino a una cessione del quinto e un pignoramento dello stipendio.

Il debito complessivo riconosciuto dal Tribunale di Monza è di 274.793,53 euro. Domenico non possiede immobili né un patrimonio mobiliare significativo. Il Tribunale ha aperto la liquidazione controllata, riconoscendo la possibilità di destinare alla procedura 500 euro al mese per tre anni, per complessivi 18.000 euro, oltre a eventuali sopravvenienze: la riduzione finale del debito sarà di circa il 93,45%.


Andrea — socio ancora ragazzo dell’impresa di famiglia

Andrea era poco più che maggiorenne quando è stato inserito come socio accomandatario in una società familiare gestita dai genitori, mentre lui costruiva un proprio percorso professionale nella ristorazione. Quando la società ha cessato l’attività, Andrea è rimasto formalmente legato alle conseguenze fiscali della sua gestione.

Per anni ha lavorato come dipendente, costruendo una vita indipendente: insieme alla compagna ha acquistato un’abitazione, di cui possiede una quota del 5%, e la coppia si preparava alla nascita del primo figlio. Nel febbraio 2025 è arrivata una cartella fiscale superiore a 65.000 euro, seguita da pignoramenti su conti e, da dicembre 2025, sullo stipendio. La posizione ricostruita nella procedura si è rivelata molto più ampia di quanto Andrea immaginasse.

Il Tribunale di Monza ha quantificato un’esposizione di 675.375,99 euro, aprendo con sentenza dell’8 luglio 2026 la liquidazione controllata, con un attivo presumibilmente acquisibile indicato in 29.951,70 euro. La percentuale finale di riduzione non è ancora determinabile: dipenderà dalla liquidazione dei beni e dalla definizione dello stato passivo nel corso della procedura.


Mario e Francesco — l’assoluzione che non ferma il fisco

Mario e il fratello Francesco avevano costruito insieme un’attività avviata nel 2002 con la gestione di un centro sportivo comunale, ampliata nel 2006 con un bar-caffetteria. Nel 2014 l’impresa aveva aderito a un progetto legato a un servizio di scommesse sportive, il cui operatore di riferimento avrebbe dovuto occuparsi degli obblighi fiscali collegati. Quando sono arrivati gli accertamenti, i due fratelli sono stati coinvolti anche in un procedimento penale, concluso nel 2019 con l’assoluzione perché il fatto non sussiste.

L’assoluzione penale, però, non ha eliminato il problema tributario. Ciascuno dei due fratelli si è visto riconoscere un’esposizione personale di circa 598.000 euro. Mario lavora oggi come dipendente e ha un nucleo familiare con figli a carico; Francesco percepisce anch’egli un reddito da lavoro dipendente, e la sua principale risorsa è la quota del 50% dell’abitazione, stimata in 58.890 euro.

Il Tribunale di Monza ha aperto la liquidazione controllata per entrambi con sentenze pubblicate lo stesso giorno, l’11 marzo 2026. Si tratta di due esposizioni personali distinte, pur riconducibili alla medesima vicenda societaria: la percentuale finale di riduzione non è ancora quantificabile, poiché l’attivo è in gran parte immobiliare e dipenderà dalla vendita dei beni.


Angelo — dal posto fisso alla partita IVA, fino al pignoramento

Angelo aveva acquistato un’abitazione nel 2008 e per circa dieci anni aveva pagato regolarmente il mutuo. L’equilibrio si è rotto con un licenziamento legato alla crisi del proprio settore: per ricostruirsi un reddito ha aperto una partita IVA, ma i risultati sono rimasti sotto le aspettative. Con entrate irregolari, il mutuo non è stato più sostenibile: il finanziamento è stato risolto, la casa pignorata e venduta.

Anche in questo caso, la vendita della casa non ha cancellato il debito: ad Angelo è rimasto un residuo di mutuo superiore a 94.000 euro, a cui si sono aggiunti debiti fiscali, contributivi e tributi locali, per un totale riconosciuto nella procedura di 155.973,52 euro.

Dal maggio 2024 Angelo è tornato a lavorare come dipendente a tempo indeterminato nel settore dei trasporti. Il Tribunale di Monza ha aperto la liquidazione controllata, stabilendo che per tre anni Angelo dovrà mettere a disposizione dei creditori soltanto la quota che può effettivamente sostenere, senza intaccare il minimo necessario a una vita dignitosa: su base teorica, la riduzione del debito potrebbe attestarsi intorno all’81,54%, ma la cifra definitiva sarà stabilita dal giudice delegato. 


Perdere la casa non significa estinguere il mutuo

Le vicende di Domenico e Angelo raccontano un aspetto ancora poco conosciuto del sovraindebitamento: quando un’abitazione viene venduta all’asta, il ricavato può non bastare a coprire il finanziamento residuo. La persona perde la casa, ma resta obbligata per il debito che rimane.

Monza nel quadro lombardo e nazionale

Le cinque procedure aperte presso il Tribunale di Monza si inseriscono in un quadro regionale e nazionale che il Centro Studi Legge3.it segue costantemente: in Lombardia, regione che copre 142 casi nel portafoglio analizzato, il debito medio per caso si attesta a 465.640,40 euro, un valore coerente con le esposizioni riscontrate nei casi monzesi qui presentati. A livello nazionale risultano invece 563 casi risolti, per una massa passiva gestita di 264.287.047,92 euro e un debito medio per caso di 504.193,20 euro.

LA VOCE DEL FONDATORE

«Le storie che arrivano dal Tribunale di Monza raccontano qualcosa che va oltre i numeri: c’è chi perde la casa e scopre che il debito resta, chi viene assolto in aula e si ritrova comunque con centinaia di migliaia di euro di cartelle, chi eredita da ragazzo un peso che non ha mai scelto davvero. Sono persone che lavorano, che hanno provato a rimettersi in piedi da sole prima di rivolgersi a noi. Il nostro compito è offrire loro una strada concreta per ricominciare.»

— Gianmario Bertollo, fondatore di Legge3.it