di Alessandro Maola
Lavoro nella comunicazione da oltre venticinque anni. Ho imparato a leggere i messaggi prima ancora del loro contenuto — la struttura, l’intenzione, l’effetto probabile su chi li riceve. È una deformazione professionale utile, a volte scomoda.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in due contenuti pubblicati su piattaforme social. Il primo dichiarava che le donne hanno “tutto il potere”, che sono “l’unico Dio che esiste davvero” e che i maschi nasceranno solo se le donne lo consentiranno. Il secondo stabiliva che un figlio maschio è un aborto mancato. Entrambi hanno ricevuto like, condivisioni, consenso. Entrambi circolano liberamente.
Non li mostro per indignazione. Li mostro perché sono il punto di arrivo di un processo che conosco bene. E di cui, come professionista della comunicazione, mi sento in parte responsabile — non per averlo prodotto, ma per non averlo denunciato abbastanza.
Prima di giudicare: da dove vengono questi messaggi
Sarebbe comodo fermarsi alla superficie e condannare chi ha scritto quei contenuti. Sarebbe anche sbagliato.
Il Padre — nella tradizione psicoanalitica da Freud a Lacan — non è semplicemente una figura biologica. È il principio del limite. Ciò che introduce la realtà come dato ineludibile, che trasforma il desiderio infinito in identità possibile. Senza di lui, l’io non trova misura. Rimane infantile: convinto di essere il centro del mondo, incapace di tollerare la frustrazione, incapace di riconoscere l’altro come reale.
Questa figura è stata demolita su tre piani simultaneamente negli ultimi decenni. Il Padre biologico, delegittimato come figura educativa. Il Padre simbolico, rimosso in nome dell’autodeterminazione assoluta — ogni limite è diventato oppressione. Il Padre culturale — la tradizione, la trasmissione, l’appartenenza a qualcosa che precede l’individuo — liquidato come retaggio.
Il risultato è una generazione cresciuta senza argini. Non libera. Senza forma.
Chi ha scritto quei contenuti è, con alta probabilità, una persona che non si è mai sentita abbastanza. Che ha trovato in una narrativa collettiva un surrogato di quella solidità che nessuno le ha trasmesso. Una vittima diventata carnefice senza saperlo. Una donna a cui viene chiesto di essere diversa da ciò che sente è una donna scissa. Smontare quella identità senza darle nulla in cambio non è liberazione. È un secondo abbandono.
Questo non è una giustificazione. È una diagnosi. Ed è il punto di partenza obbligatorio per qualsiasi riflessione seria sull’etica della comunicazione.
La macchina che produce tutto questo
Nel mio saggio Threads: Asilo Infantile della Politica, realizzato con l’Istituto Italiano dei Media, analizzo nel dettaglio i meccanismi attraverso cui le piattaforme producono questi risultati.
Le piattaforme non vendono contenuti. Vendono attenzione. Il prodotto è il tempo che l’utente trascorre connesso — rivenduto agli inserzionisti. L’algoritmo non ha ideologia: ha un obiettivo, che è massimizzare la permanenza. I contenuti emotivamente estremi — indignazione, paura, senso di minaccia, appartenenza tribale — trattengono le persone meglio di qualsiasi altra cosa.
A questo si aggiunge il meccanismo della ripetizione. La psicologia cognitiva chiama questo effetto illusory truth: un messaggio ripetuto abbastanza volte smette di essere percepito come opinione e diventa senso comune. Quando una narrativa viene distribuita su miliardi di schermi ogni giorno per vent’anni, non serve più dimostrarne la verità. È già paesaggio.
Il danno non è voluto. È strutturale. Ed è proprio per questo che è difficile da fermare — e che la responsabilità etica di chi comunica professionalmente diventa cruciale.
La catena della responsabilità etica
Qui arrivo al punto che mi sta più a cuore.
Esiste una catena di responsabilità che va riconosciuta con onestà, e che non può essere scaricata tutta sull’ultimo anello — cioè sulle persone che producono contenuti come quelli che ho mostrato.
Il primo livello è quello di chi ha costruito il sistema — piattaforme, media, industria dell’intrattenimento. Soggetti con competenza tecnica piena, risorse enormi, accesso ai dati comportamentali di miliardi di persone. Sapevano — e sanno — esattamente cosa produce un certo tipo di messaggio ripetuto su scala industriale. Hanno scelto di produrlo perché rendeva. Questa è responsabilità etica massima, raramente discussa pubblicamente.
Il secondo livello è quello di chi ha diffuso la narrativa — influencer, attivisti, opinion leader. Tecnicamente competenti, spesso in buona fede, quasi mai disposti a interrogarsi sugli effetti di quello che producevano. Ma la buona fede non annulla la responsabilità professionale. Chi ha voce e mestiere non può nascondersi dietro le intenzioni. In comunicazione, l’effetto è tutto. L’intenzione è irrilevante se il risultato è danno.
Il terzo livello è quello di chi ha assorbito e riprodotto — le persone che producono contenuti come quelli che ho mostrato. Vittime diventate carnefici. Responsabilità attenuata, ma reale: il messaggio che producono fa danno su chi lo riceve, indipendentemente da chi lo ha originato.
Dare alle persone quello che vogliono, quando quello che vogliono è stato costruito dal sistema stesso, non è libertà. È il cerchio più elegante che il potere abbia mai disegnato. E chi lavora nella comunicazione con consapevolezza non può fingere di non vederlo.
Il costo reale
I dati raccontano questa storia con precisione che dovrebbe far riflettere chiunque lavori nel nostro settore.
Negli stessi decenni in cui la narrativa dell’empowerment senza limiti ha raggiunto la sua massima diffusione, il consumo di psicofarmaci è cresciuto costantemente. Le donne — prime destinatarie di questa cultura — consumano antidepressivi e ansiolitici in misura quasi doppia rispetto agli uomini. Non è una coincidenza. È la misura esatta di quanto costi vivere senza argini.
Entrambi soffrono — uomini e donne. La solitudine che questa cultura produce è la stessa su entrambi i fronti: quella di chi ha smesso di cercare l’altro e ha cominciato a cercare conferme.
Un sistema di messaggi che produce infelicità su scala industriale non è un sistema neutro. È un sistema che ha fallito eticamente. E chi contribuisce a mantenerlo in vita — anche solo per inerzia, anche solo per non alzare la voce — partecipa a quel fallimento.
Cosa significa comunicare con etica
L’etica della comunicazione non chiede di non dire. Chiede di sapere cosa si sta dicendo, a chi, e con quale effetto probabile.
Chiede di non usare il dolore proprio come licenza per infliggere dolore agli altri. Chiede di non nascondersi dietro la libertà di espressione quando si esercita un potere reale sulla percezione della realtà altrui. Chiede — soprattutto a chi ha costruito e diffuso il sistema — di riconoscere che ogni messaggio non finisce dove lo scrivi. Comincia lì. Poi vive nella testa di chi lo riceve, modifica percezioni, rafforza o incrina identità, normalizza ciò che prima era ai margini.
Chi ha voce ha responsabilità proporzionale. Non legale. Morale.
La catena del danno comincia sempre molto prima di chi la chiude.
Dentro quella prigione si sente ancora qualcuno che bussa.
Non cerca potere. Cerca un Padre.
E noi — chi comunica per professione — abbiamo la responsabilità di capire cosa abbiamo contribuito a costruire intorno a quella voce.

