Gli approfondimenti di Alessandro Maola
Le immagini delle piazze italiane in festa per l’uccisione dell’Ayatollah sono il “prodotto perfetto” per il mercato dell’informazione odierna: bandiere al vento, brindisi e quel senso di giustizia imminente che scalda il cuore.
Eppure, se proviamo a spegnere per un attimo l’emozione e ad accendere il pragmatismo, ci accorgiamo di essere immersi in un colossale bias cognitivo, alimentato da una narrazione social che flirta pericolosamente con la propaganda di guerra.
Il trucco del “campione truccato”
Chi scende in piazza oggi a Roma o Milano non è, per definizione, lo spaccato statistico della società iraniana. È l’avanguardia del dissenso. La diaspora è composta da persone che hanno lasciato l’Iran perché non ne tolleravano il regime o perché l’economia li ha messi alla porta. Spesso, per entrambe le cose.
Pretendere di misurare il sentimento interno all’Iran guardando l’entusiasmo di chi ne è fuggito è come cercare di capire le abitudini alimentari nazionali intervistando solo i clienti di una steakhouse: avrai risposte chiarissime, ma totalmente inutili per capire cosa bolle in pentola nel resto del Paese.
L’illusione del 99%: un errore di prospettiva
Per capire quanto questo approccio sia fuorviante, basta un paragone “casalingo”. È come se un osservatore straniero entrasse in una sezione di Fratelli d’Italia, chiedesse ai presenti cosa pensano di Giorgia Meloni e, vedendo l’unanimità dei consensi, ne deducesse che la Premier gode di un sostegno nazionale del 99%.
Per quanto un consenso simile farebbe la gioia di ogni sostenitore, la realtà fuori da quel perimetro è decisamente più frammentata. Tra chi dissente e chi è troppo occupato a far quadrare i conti per occuparsi di politica, l’unanimità resta un’illusione ottica.
Social Media e Propaganda: la fabbrica del consenso.
Qui entra in gioco la potenza distorsiva dei social. Gli algoritmi creano una cassa di risonanza micidiale: diecimila persone che festeggiano in Europa sembrano, sullo schermo di uno smartphone, ottanta milioni di iraniani pronti alla rivolta. È una narrazione che serve a molti: ai media per generare clic e a chi si occupa di geopolitica per costruire una “verità di comodo” che giustifichi ogni mossa sulla scacchiera.
La propaganda di guerra ha bisogno di volti sorridenti e piazze piene per vendere l’idea di un cambiamento inevitabile e indolore. Ma la realtà non si risolve con un post. L’Iran è un Paese complesso, con un apparato di potere ancora radicato e una vasta fetta di popolazione che spesso preferisce il silenzio al rischio.
Conclusione: Meno sogni, più realismo
Confondere una festa in esilio con un plebiscito popolare è pura narrazione fantasy. Se vogliamo davvero capire cosa succederà, dobbiamo smettere di guardare le piazze “sotto casa” e chiederci cosa pensa chi, domani mattina, dovrà ancora fare i conti con la realtà di Teheran, senza avere un volo di ritorno per Fiumicino già prenotato.
Il realismo non sarà “virale”, ma è l’unico antidoto alle delusioni che la storia, puntualmente, riserva a chi preferisce i desideri ai fatti.

