Oltre la cronaca, verso una visione: il mio primo contributo su Il Tempo

ufficio stampa

C’è un momento preciso in cui i numeri smettono di essere semplici cifre su un bilancio regionale e diventano progetto, visione, destino. Quel momento è quando si sceglie di interpretare la realtà invece di subirla.

Nel mio primo articolo per Il Tempo, che vi propongo qui integralmente, ho voluto analizzare i dati sull’export e sulla produzione del Lazio non come un freddo resoconto, ma come la prova di un cambio di paradigma: il passaggio netto dall’economia del sussidio a quella del “fare”.

Scrivere questo pezzo mi ha regalato un’emozione che credevo sopita. Mi ha riportato ai miei primi passi nel giornalismo, a quella curiosità elettrica che si prova da ragazzi quando si sfogliano le pagine cercando la propria firma, con un pizzico di entusiasmo che – fortunatamente – il tempo non ha scalfito.

La politica dell’intrapresa

Il Lazio che emerge da questa analisi è un territorio che ha scelto la strada del coraggio. Parlo di settori strategici come l’Aerospazio e il Pharma, ma parlo soprattutto di un sistema che accompagna l’impresa, senza lasciarla sola davanti alle sfide dei mercati globali. Non è solo gestione amministrativa; è la costruzione di un’identità produttiva forte, orgogliosa e consapevole.

Certo, qualcuno dirà che questo non è il “salotto” delle rubriche mondane di memoria dannunziana e che qui non si discetta di contessine romane… ma che ci volete fare? Sic transit. Oggi la bellezza e il valore si misurano nella capacità di creare, produrre e competere.

Un ringraziamento al Direttore Daniele Capezzone per avermi aperto le porte di questa storica testata.

Buona lettura, Alessandro Maola

Il Lazio del fare: quando produrre è un atto di sovranità

Parliamo di numeri, per una volta. Nel 2025 l’export del Lazio è cresciuto del 9,6%, tre volte la media nazionale. Il farmaceutico ha segnato +17%. Le esportazioni verso gli Stati Uniti sono aumentate di oltre il 50%. Il valore complessivo delle vendite laziali all’estero ha superato i 36 miliardi di euro, quattro in più rispetto al 2024.

Non sono cifre di un rapporto tecnico. Sono la risposta concreta a chi ha sostenuto per anni che l’unica politica economica possibile fosse quella del sussidio, dell’assistenza, della rete di protezione stesa sotto un’economia che non si voleva far camminare. Un’idea comoda, rassicurante, e profondamente sbagliata. Perché un’economia assistita non cresce: sopravvive. E sopravvivere, per un territorio con la storia e le risorse del Lazio, è semplicemente troppo poco.

Il Lazio ha scelto un’altra strada. E i risultati si vedono.

Gli strumenti, non le promesse

La Regione ha presentato il nuovo Piano di Internazionalizzazione 2026, voluto dalla vicepresidente Roberta Angelilli, costruito attorno a settori concreti — Aerospazio, Biotech & Pharma, Cleantech, Digitale — e dotato di risorse reali: 50 milioni investiti sull’internazionalizzazione dal 2023 ad oggi, 12 milioni in arrivo con il nuovo Voucher Internazionalizzazione a settembre 2026, un accordo operativo con Lazio Innova, CDP, SIMEST e SACE per accompagnare le PMI sui mercati esteri. Si apre anche verso Mercosur e India, perché la geografia dei mercati cambia e chi non si muove resta indietro.

La logica è quella del sistema integrato: non un bando isolato, non un contributo una tantum, ma una filiera di supporto che accompagna l’impresa dalla prima fiera internazionale fino alla strutturazione di una presenza stabile sui mercati esteri. È la differenza tra dare un pesce e insegnare a pescare — per usare una metafora abusata ma, in questo caso, calzante.

Nel 2025 sono state coinvolte circa 350 PMI laziali, con 26 manifestazioni fieristiche organizzate. Dal 2021 al 2024, oltre 2.000 imprese hanno partecipato a più di 1.000 attività di internazionalizzazione. Non è uno slogan: è un metodo.

La piccola impresa non è un problema da gestire

C’è una visione del tessuto produttivo italiano — piccolo, frammentato, difficile da scalare — che lo considera un limite strutturale da correggere. È una visione sbagliata, oltre che ingenerosa. La piccola e media impresa laziale, dal frusinate al viterbese, dalla Sabina alla Tuscia, non è un residuo del passato: è il luogo dove il sapere si tramanda, dove il rischio si assume in proprio, dove ogni mattina qualcuno alza una serranda sapendo che nessuno lo farà al suo posto.

È anche il luogo dove l’identità produttiva di un territorio prende forma concreta. Il vino dei Castelli, la filiera farmaceutica della via Tiburtina, le aziende aerospaziali dell’area metropolitana, l’artigianato digitale che cresce nei borghi: sono espressioni diverse di uno stesso carattere, di una stessa ostinazione a fare. Sostenerle non è nostalgia. È la sola politica industriale che abbia mai prodotto risultati duraturi.

Produrre è un atto politico

Una regione che esporta afferma se stessa. Ogni prodotto laziale che varca i confini nazionali porta con sé un’identità, una qualità, un modo di fare le cose che non si improvvisa e che non si delocalizza. È un patrimonio che appartiene al territorio prima ancora che alle singole imprese, e che va difeso con la stessa determinazione con cui si difende qualsiasi altra forma di sovranità.

Non è retorica. È esattamente quello che i numeri del 2025 raccontano. Ed è una storia che merita di essere raccontata.

Alessandro Maola

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